CoronavirusPrivacy e Nuove Tecnologie

“Immuni”? Forse, ma con cautela.

By 22/04/2020 Aprile 27th, 2020 Nessun commento

Non tutto ciò cui aspirano o immaginano i sacerdoti del culto delle avanguardie è positivo.

Non tutto ciò che lamentano i soloni delle retroguardie è negativo.

Tuttavia, molto è inevitabile” (Stefano Quintarelli, “Costruire il domani”).

Ed era inevitabile.

Era inevitabile che, anche nel contesto emergenziale da Covid-19, l’innovazione assumesse un ruolo di primissimo piano.

Anzi, proprio l’ardente volontà di trovare a tutti i costi una via d’uscita funge da volano alla smodata sperimentazione di soluzioni tecnologiche, più o meno ragionate, da parte di larga parte degli attori della scena mondiale.

Da Cina e Corea del Sud abbiamo imparato che esistono strumenti di rilevazione termica, in grado di misurare la temperatura corporea contactless, ed altri capaci di rilevare direttamente, per il solo tramite di una TAC ed in circa 20 secondi, se si è affetti da coronavirus, con una accuratezza di diagnosi pari al 96%.

Accanto a queste nuove e preziosissime espressioni di Intelligenza Artificiale (AI), se ne sono affiancate altre, che – a dispetto della loro utilità pratica – sono fonte di ben più delicate discussioni.

Iniziando dalle telecamere intelligenti, in grado di riconoscere un viso con la mascherina ed un viso senza mascherina, sino ad arrivare ai caschi smart, in grado di misurare la temperatura corporea di chiunque si trovi o comunque entri nel raggio d’azione dell’operatore, per una distanza massima di 5 metri.

Puoi non vederli, puoi non accorgertene, ma questi strumenti ti identificheranno, “sentiranno” la tua presenza e rileveranno se hai la febbre oppure no, qualificandoti automaticamente come una potenziale minaccia.

Venendo infine alle App di contact tracing, ormai da giorni al centro della “bagarre tecnologica” che anima anche il nostro paese, quasi a voler rappresentare – agli occhi dei più – un’ancora di salvezza per l’approdo alla fantomatica “fase 2”.

Ma, prima ancora di addentrarsi nel panorama attuale, occorre interrogarsi sulla fonte primigenia di questi strabilianti strumenti tecnologici: i dati.

In una società che Richard Susskind accortamente definisce “data-driven”, l’incalcolabile quantitativo di informazioni che, quotidianamente, noi stessi immettiamo nel sistema, unitamente alla rinnovata capacità computazionale degli strumenti tech, ha ormai consacrato il dato, l’informazione, come il petrolio più prezioso della nostra epoca.

Proprio per questo, il trattamento di tale mole di dati risulta destinatario di un’attenzione ed una cautela rafforzata, esigenza che trova puntualmente riscontro nel crescente enforcementin tema di privacy che, sospinto dal piano comunitario, da qualche anno a questa parte impinge anche il nostro paese.

Ecco allora che il dirompente impatto della pandemia, la cui scala di diffusione non rinviene precedenti nella storia recente dell’umanità, mette in crisi il solco appena tracciato in tema di protezione dei dati personali; l’impulso di sopravvivenza, l’esigenza di superare a tutti i costi e nel minor tempo possibile un’emergenza ed un contagio che non sembra poter arrestarsi “naturalmente”, costringe ad accantonare per un attimo altri e diversi interessi, tra cui figura evidentemente anche il diritto alla riservatezza.

Ed è inevitabile che vengano nuovamente in mente le parole di Quintarelli, che nel suo libro “Costruire il domani” spiega cos’è la crescita esponenziale, attraverso l’esperimento del bicchiere di batteri, esempio oggi quantomai calzante:

Immaginiamo un bicchiere contenente un batterio. È sostanzialmente vuoto. Il batterio si riproduce ogni minuto: dopo un minuto ci sono due batteri che si riproducono e dopo un altro minuto diventano 4 batteri. Il bicchiere è sempre sostanzialmente vuoto. Dopo 60 minuti il bicchiere è finalmente pieno di batteri.

Chiediamoci ora: a che livello di riempimento era il bicchiere al 55esimo minuto? Essendo 55 molto vicino a 60 tenderemmo a pensare che sia quasi pieno di batteri, ma non è così. Al minuto 55 il bicchiere sarebbe pieno solo fino al 3,13%

E allora, pur non trovandoci più nella fase iniziale della diffusione (o almeno, lo si spera), non possiamo permetterci di procrastinare ulteriormente nell’adozione di misure e soluzioni tecnologiche, che – a patto di seguire determinati criteri – potrebbero lenire la virulenza del virus e soprattutto prevenire nuovi focolai, una volta che potremo nuovamente superare abitualmente l’uscio di casa.

Sino a questo momento, l’Italia – pur manifestando la volontà di abbracciare seriamente la soluzione tech (si ricordi la call, lanciata ormai più di venti giorni fa, dal Ministero dell’Innovazione, di concerto con il Ministero della Salute, l’ISS e la WHO, per il reperimento delle migliori soluzioni tecnologiche per il monitoraggio del COVID-19) – non è stata ancora in grado di fornire risposte concrete ed uniformi.

Non si può essere soddisfatti – come giustamente sottolineato dal Garante Privacy, Antonello Soro – a fronte di «iniziative estemporanee», quali quelle adottate da diverse Regioni Italiane: la Lombardia, degna capofila delle soluzioni digital sin dagli albori dell’epidemia, ha invitato tutti i cittadini con un SMS a scaricare “AllertaLom”, applicazione testualmente definita come «uno strumento di partecipazione attiva della cittadinanza al monitoraggio della diffusione del virus»; la Toscana ha lanciato una propria app, #acasainsalute; il Friuli ha comunicato che procederà a sperimentare il contact tracing su un campione di cittadini.

Soluzioni – queste – che, pur dettate da intenti condivisibili, non possono rappresentare la risposta definitiva al problema, ed anzi, se non suffragate da un adeguato apparato tecnico, rischiano di porre a repentaglio la sicurezza dei dati dei cittadini, a fronte di possibili data breach o comunque attacchi da parte di hacker professionisti, minaccia oggigiorno quanto mai palpabile.

Più di recente, però, abbiamo assistito ad una significativa novità.

Con l’ordinanza n. 10/2020, a firma del Commissario straordinario per l’emergenza Covid 19, Domenico Arcuri, è stata disposta «la stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito con la società Bending Spoons S.p.a.». L’app, denominata “Immuni”, è figlia del progetto portato avanti da Bending Spoons in collaborazione con il Centro Medico Sant’Agostino.

Insomma, il provvedimento in parola pare finalmente prefigurare la messa in moto di un processo digitalizzato di tracciamento dei contagi su base nazionale, canalizzato su una singola applicazione.

Tempi e modalità dell’implementazione non sono ancora noti.

Quel che è certo, è che il trattamento dei dati si fonderà su base squisitamente volontaristica, essendo il download dell’applicazione rimesso alla scelta del cittadino.

Ciò detto, l’auspicio è che l’implementazione di “Immuni” riesca a coniugare due esigenze confliggenti ma a ben vedere complementari: da un lato, quella di rappresentare realmente uno strumento efficace ed utile nella lotta del virus, dall’altro quella di tenere fermi taluni principi immanenti e irrinunciabili in tema di privacy, che non possono essere accantonati.

Così, se il consenso del cittadino certamente rappresenta la condicio sine qua non del trattamento, sarà opportuno – al fine di favorirne i download – promuovere adeguatamente l’applicazione, sensibilizzando l’opinione pubblica e offrendo al cittadino un’informativa trasparente e specifica, idonea a metterlo al corrente dell’oggetto, delle finalità e dei soggetti preposti al trattamento, nonché degli eventuali mezzi di tutela a propria disposizione. Ciò, ovviamente, astenendosi da tentativi di spamming o comunque altre tipologie di tartassamento dell’utente, che rischierebbero di avere un effetto controproducente.

Parimenti, sarà opportuno – in un’ottica di minimizzazione – isolare e captare i soli dati realmente necessari per le finalità prefissate, evitando il trattamento di dati superflui, idonei soltanto ad ampliare la potenziale lesione della sfera di riservatezza del cittadino.

In questo senso, paiono condivisibili le indicazioni fornite dalla Commissione europea con le linee guida in tema di contact tracing da ultimo pubblicate; in particolare, la Commissione raccomanda di ridurre al minimo (rectius azzerare) l’utilizzo dei dati inerenti la posizione dei cittadini, evitando di tracciare qualsiasi spostamento del cittadino, ma prediligendo un sistema che, sulla scorta di codici identificativi che garantiscano la pseudonimizzazione dell’utente, si focalizzi sui soli contatti con altri utenti, desumibili dalle frequenze Bluetooth degli smartphone.

Ancora, data l’estrema delicatezza dei dati trattati, e dovendosi assolutamente evitare ogni possibile strumentalizzazione degli stessi, occorre definire – a monte e non a valle – reali misure di sicurezza, anche mediante la predisposizione di un apparato organizzativo adeguato, in grado di gestire l’enorme mole di informazioni minimizzando i rischi di data breach. Ciò, anche nell’ottica di una tutela dei positivi da spiacevolissimi episodi di “messa al bando”, cui si è malauguratamente assistito, specie in piccole realtà.

Così, a patto di rinvenire un giusto contemperamento tra efficacia dei mezzi e tutela dei diritti, sarà possibile disporre di un prezioso strumento di contrasto e prevenzione del Covid 19, specie quando – usciti dalla sicurezza delle nostre case – dovremo «conviverci quotidianamente».

Articolo scritto dal Dott. Pasquale Giangiobbe in collaborazione con l’Avv. Francesca Fazzolari.